Immagina questa scena: sei in vacanza all’estero, sfogli il menù di un ristorante e trovi piatti come “raw ham”, “drowned dessert” o “pasta at the standard”. Ti verrebbe voglia di ordinare? O ti alzeresti per cercare un altro posto? La traduzione di un menù non è un dettaglio. È parte dell’identità di un locale, del suo modo di accogliere i clienti e valorizzare la propria cucina. Una traduzione sbagliata può confondere, far sorridere (nel peggiore dei casi, ridere di te) e, soprattutto, far perdere credibilità e clienti. Ecco qualche esempio di menu tradotti male con gli errori più comuni nella traduzione enogastronomica – e come evitarli.

Traduzione parola per parola: il nemico numero uno

Un classico errore dei menù tradotti male è la traduzione letterale del menu, senza tenere conto del contesto culturale.
Esempio: Prosciutto crudo tradotto come “raw ham”.
In inglese, “raw” implica che la carne sia cruda nel senso di “non cotta” e potenzialmente pericolosa, mentre “prosciutto crudo” è cured ham, o più precisamente Parma ham o Italian cured ham.

In gastronomia, il significato culturale dei termini è fondamentale. Tradurre parola per parola non funziona e si rischia di commettere diversi errori.

Lasciare i nomi in italiano… senza spiegazione

Molti ristoratori amano lasciare i nomi dei piatti in italiano per mantenerne l’autenticità. È una strategia di traduzione che spesso adotto anche io ma solo se accompagnata da una spiegazione chiara.

Esempio: La “Stracciatella” può essere:

  • un formaggio fresco pugliese,

  • un gelato con scaglie di cioccolato,

  • o una zuppa a base di uovo e brodo.

Senza contesto, il cliente straniero non capisce cosa sta ordinando. È invece importante che capisca esattamente quale piatto gli sarà servito.

Falsi amici e traduzioni esilaranti

Ci sono parole che sembrano simili tra le lingue, ma significano tutt’altro.
Esempi famosi:

  • Peperonipepperoni (che in inglese è un tipo di salame piccante, non verdure!).

  • Affogato tradotto come drowned (persona che affoga) invece di “vanilla ice cream topped with hot espresso”.

Il risultato? Confusione, risate (non richieste) e un cliente che si sente spaesato.

Ignorare le differenze culturali e alimentari

Un altro errore è non considerare le abitudini alimentari dei clienti stranieri. Alcuni ingredienti, come pancetta o lardo, possono essere sconosciuti, fraintesi o evitati per motivi religiosi o etici.

È importante:

  • specificare gli ingredienti chiave,

  • indicare se un piatto è vegetariano, senza glutine, piccante, ecc.,

  • evitare ambiguità che possono creare disagio.

Affidarsi solo a Google Translate

Lo so: è comodo, veloce, gratuito. Ma Google Translate non è un traduttore professionale, e soprattutto non conosce il contesto gastronomico.

Esempio reale: Pasta alla Norma → “Pasta at the standard” 
Questo tipo di errori rovina l’immagine del ristorante, anche se la cucina è eccellente.

Come tradurre un menù in modo professionale?

Una buona traduzione enogastronomica richiede:

  • conoscenza delle lingue, ovviamente, ma anche…

  • conoscenza del settore food & wine, della terminologia e delle tradizioni,

  • sensibilità culturale, per adattare il testo al cliente straniero senza snaturarlo,

  • cura del tono e del lessico, per raccontare un’esperienza, non solo un piatto.

Una traduzione ben fatta invita all’assaggio, trasmette fiducia e valorizza il locale.

Conclusione: tradurre è anche accogliere

Un menù ben tradotto non è solo una lista di piatti: è uno strumento di comunicazione, marketing e accoglienza.
Permette ai clienti internazionali di sentirsi benvenuti, capiti, invogliati.
E quando le parole sono scelte con cura… anche i sapori sembrano più buoni.